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MILANO – Paolo Maldini, bandiera del Milan, uno dei pochi giocatori ad aver toccato quota 1000 partite ufficiali in carriera, si è raccontato lungamente ai microfoni di Radio 2, a l’Italia nel pallone, parlando della proprio brillante carriera e del calcio moderno: “Il mio esordio? Era il periodo della grande nevicata a Milano, mi prestarono delle scarpe apposite, ma erano di 2 numeri piu piccole. Al primo pallone toccato, un retropassaggio a Terraneo, tremavo. Poi per fortuna tutto andò meglio. Quando sono arrivato a Milanello avevo 16 anni. Dopo cena c’era il camino, un telefono a gettoni e un tavolo da ping pong. Si stava lì, non si andava in camera, si giocava a briscola. Ma il cambiamento è una cosa normale. La vera differenza la fa l’educazione che hai ricevuto. Il giocatore deve essere l’uomo che è fuori dal campo. Cesare Maldini? Non era affatto severo. Era uno all’antica, nato negli anni ’30 con un certo tipo di educazione, con l’esperienza calcistica degli anni 50 e 60, tempi in cui i giocatori stavano a Milanello dal lunedì mattina alla domenica. Se posso darmi un merito, ho cercato di cambiarlo un po’, per farlo stare al passo coi tempi. Rivedermi nel mondo del calcio? Non so, per ora è così, io non ho mai aspettato niente dalla società. Se dovessi tornare sarà però di sicuro col Milan. Dove possono arrivare i rossoneri? Spero in Europa League”.
L’ex terzino rossonero ha poi parlato del caso Bonucci e della sua lite con Allegri: “L’allenatore ha il diritto di fare queste scelte. Deve farlo, è lui il responsabile del gruppo, sono cose che in campo succedono, sei stanco, sei nervoso, le cose non vanno e basta veramente poco. Prima non c’erano tutte queste telecamere: anche io ho avuto litigi con compagni e allenatori, ma nessuno di voi li ha visti”.
Infine, come tutti gli appassionati d’Europa, ha espresso il proprio parere sull’esonero di Ranieri, non nascondendo un pizzico di delusione: “Ranieri ha fatto la storia, e questo nessuno lo cancellerà. Sarà difficile da ripetere, specialmente nei tempi moderni, che sono gli stessi nei quali c’è poca riconoscenza. Ma la riconscenza non va aspettata, pretesa: i professionisti devono farlo principalmente per passione. Licenziare un allenatore è molto più facile che cedere 30 giocatori, è chiaro. Molto spesso il rapporto s’incrina, e le società sono costrette a prendere delle decisioni magari un po’ affrettate. Il valore dell’allenatore però è sottostimato, certi allenatori incidono davvero tanto, certi hanno scritto non solo la storia del proprio club, ma la storia di tutto il calcio”.
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