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Shevchenko: “I tifosi del Milan sanno cosa vuol dire il successo”

Stefania Palminteri – 11 Febbraio, 13:40

Shevchenko

Shevchenko racconta il suo Milan a Prime Video: dall’arrivo a San Siro fino alla finale del 2003 e al rigore decisivo contro la Juventus.

La leggenda del Milan Andriy Shevchenko è stato recentemente ospite nella puntata pubblicata su Prime Video del format ‘FENOMENI’. Nel corso di una chiacchierata con l’ex calciatore Luca Toni, Sheva ha raccontato vari aspetti della sua avventura al Milan: dall’arrivo, all’incontro con i compagni, fino a quelle partite di Champions che hanno fatto la storia del club, con episodi iconici come quello del rigore decisivo nella finale contro la Juventus nel 2003. Ecco un estratto.

Sheva racconta il suo Milan

Sul suo arrivo al Milan:
“È stato un passaggio importante della mia vita. Io sono stato seguito dal Milan per tanto tempo grazie ad uno scout georgiano che Braida e Galliani avevano ingaggiato per osservarmi. Ti racconto questa: quando giocavo nelle giovanili della Dinamo Kiev venimmo a Milano per un torneo e andammo a San Siro. Quando ho visto per la prima volta lo stadio ho avuto la sensazione che ci sarei tornato. Da quel momento in cui ho cominciato a guardare il Milan, da quel momento”.

Sul retroscena con Braida:
“Braida venne da me con una maglia del Milan con stampato il mio nome e il numero 10. Mi disse che se volevo vincere il pallone d’Oro dovevo giocare per il Milan. Per me solo il pensiero di vincere il pallone d’Oro era utopia, però due calciatori ucraini prima di me lo vinsero”.

Sulla scelta della maglia numero 7:
“Il 10 era occupato da Boban. Non potevo andare da lui e chiedergli la maglia. Quando sono arrivato e dovevo scegliere il numero, Ibrahim Ba, che giocava al Milan, venne da me e mi disse: ‘Prendi il mio numero, io ne sceglierò un altro, ti garantisco che ti porterà fortuna’. Io ho detto sì, anche perché quel numero mi piaceva tanto. Qualche giorno dopo mi ha chiamato un amico di Israele dicendomi che il numero 7 in israeliano significa ‘Sheva’, e il mio nickname è sempre stato ‘Sheva’”.

Sull’incontro con capitan Paolo Maldini:
“È stato incredibile. Io ho conosciuto Paolo durante una settimana di preparazione in Sardegna. L’incontro è stato incredibile, ero molto emozionato. Però ho visto una persona molto disponibile, una persona di grande classe, di livello. Quando l’ho conosciuto non mi sono mai sentito in difficoltà: dal primo giorno ho sempre sentito un calore importante, un’amicizia, un rapporto, e mi è piaciuto tanto. Poi c’erano Billy Costacurta ed Albertini in vacanza in Sardegna, e mi hanno invitato a cena, poi una mezza giornata con loro in barca, anche se io non parlavo neanche una parola di italiano. Però sono stati molto carini nell’ospitarmi. Da subito hanno creato un rapporto con me”.

Sul derby:
“Prima di questa partita c’era una tensione speciale. Non posso spiegartelo. Quando sono arrivato al Milan ho capito che il derby era una partita che andava oltre il calcio. La città la vedevi diversamente prima del derby”.

Sul derby di Champions del 2003:
“Il derby di Champions è ovviamente diverso rispetto a quello di campionato. Già dalla settimana prima della partita, anche negli allenamenti, respiravi un’aria diversa: i giocatori erano tesi… Soprattutto mi ricordo che la mattina al risveglio tutti erano nervosi, su tutti Pippo, ma anche Gattuso, Brocchi, Abbiati. Era una sensazione che la squadra vive diversamente. Poi c’erano Maldini e Billy Costacurta che erano calmi, ma molto seri. Ancelotti l’ha gestita alla grande, è stato fantastico. Lui si fidava tanto dei giocatori, ha creato quest’ambiente, sapeva come gestire le situazioni.”

Sul rigore in finale di Champions League contro la Juventus:
“Ogni passo che facevo Buffon si faceva sempre più grande, la porta diventa più piccola. Mentre mi avvicinavo al dischetto mi ripetevo: ‘non cambiare la decisione, non cambiare la decisione’. Io sapevo come calciarlo, ho preso questa decisione, dovevo solo aspettare il movimento del portiere. Ho analizzato altri rigori che precedentemente erano stati tirati a Gigi, e vedevo che lui faceva un po’ di movimenti. Bisognava aspettare quando si lasciava andare”.

Su che cosa stesse guardando prima di calciare il famoso rigore:
“Stavo aspettando il fischio dell’arbitro. Stavo guardando Gigi, poi l’arbitro. Ha fischiato ma io non ho sentito. Stavo guardando a destra e sinistra, arbitro, Gigi, arbitro, tipo: ‘Vado o non vado?’. E questo secondo me anche questo mi ha aiutato a prendere un po’ di tempo e calmarmi. E poi, bam. Per noi è andato tutto bene, ma io ho molto rispetto per la Juventus, per la squadra, il modo in cui avevano giocato e per Gigi, che ha avuto una grandissima carriera”.

Sui giorni prima della finale:
“La partita contro la Juventus l’avevamo già giocata prima in campionato, lo sapevamo che erano una squadra forte. Prima della partita c’era un po’ di nervosismo: Pippo che non riusciva a dormire che camminava dappertutto, Rino che faceva un po’ di casino. Alla fine si sentiva tanta pressione. La partita non è stata spettacolare, anche perché le due squadre non concedevano niente in campo, è stata una battaglia”.

Sul significato di quella vittoria:
“Ha cambiato tutto. Entrare dentro la storia del Milan vincendo la Champions League. I tifosi del Milan vogliono il successo, lo sanno cosa vuol dire il successo. Le aspettative sono alte. Tu puoi essere un grande giocatore, però se tu non vinci non significa niente”.