Rivera: “Cosa vuol dire per me il Milan? La mia vita sono quei colori. Un vero capitano nel calcio di oggi? Totti”

Rivera: “Cosa vuol dire per me il Milan? La mia vita sono quei colori. Un vero capitano nel calcio di oggi? Totti”

L’ex rossonero: “Locatelli? Per fare un gol così ci vuole coraggio. E’ stato un po’ aiutato dai difensori della Juventus”.

MILANOGianni Rivera, storica bandiera rossonera, ha parlato a Milan Tv per presentare la propria biografia: “Locatelli? Per fare un gol così ci vuole coraggio. Ha tirato con una grande determinazione. E’ stato un po’ aiutato dai difensori della Juventus. Stranamente l’hanno visto arrivare da lontano e si sono detti ‘lasciamo perdere'”.

Io esageravo? Di solito non si dice (ride). Quando ritenevo che fossimo al culmine della sopportazione, visto che reputavo che la società faceva pochi interventi, decidevo io di intervenire. Sentivo l’atmosfera dello spogliatoio, dei giocatori, dei dirigenti e dei tifosi. Qualcuno doveva dirlo. Decidevo di farlo io. Quando l’ho fatto la prima volta ho preso una bella squalifica (2 mesi e mezzo). Sono stati buoni rispetto a quanto ho detto. Quella squalifica è servita a tutti. Abbiamo vinto quasi tutte le partite con un solo pareggio. Avessi parlato prima avremmo vinto lo scudetto”.

Milan giovane? Ai miei tempi c’era Trapattoni. Erano quelli dell’olimpiade del 60. Non conosco così bene quelli di adesso. Se il buongiorno si vede dal mattino…si può lavorare. I giovani non bastano, ci vogliono gli anziani. Anche più corposi di quelli che ci sono adesso. Bisogna lavorare per migliorare quella condizione. Se i ragazzi sono questi, che promettono così bene bisogna puntarci molto. Senza responsabilizzarli molto, perché la responsabilità deve essere degli anziani”.

Da sempre il Milan coi giovani? Noi abbiamo avuto un grande settore giovanile. Quelli delle olimpiadi sono diventati 4/5 giocatori del Milan d’alto livello. Trapattoni ad esempio. Il gruppo di Baresi e Maldini, che abbiamo lasciato noi. C’era sempre un forte soggetto che veniva dal settore giovanile. L’errore è stato dimenticarsi del settore giovanile. Adesso c’è stato un impegno forte. Le mamme italiani fanno ancora ragazzi forti. Bisogna portarli avanti e portarli in prima squadra accompagnati da esperti”.

Io presidente? Avrei potuto diventare presidente, ma ho scelto di non farlo. In quel momento ero l’azionista di maggioranza. A me interessava giocare. Appena ho potuto ho ceduto le mie azioni. Io sono tornato a giocare. Mi sono disinteressato”

La finale di Coppa Campioni del ’63? Quella finale è stata particolare. A quei tempi le squadre italiane e quelle estere giocavano dello stesso modo. In realtà anche adesso. Noi si giocava uomo contro uomo e avevamo il problema delle marcature. Il Benfica aveva un attaccante alto (Torres) e noi avevamo Benitez che non era un grande saltatore. D’avanti c’era il Trap che sapeva saltare. Il mister disse mettiamo Trapattoni a marcare Torres. Dopo 10 minuti Eusebio fa l’1-0. Gli anziani si sono visti pensando di cambiare le marcature. Ma i tecnici a Wembley stavano in tribuna e non c’era modo di contattarli. Si sono guardati Maldini e Ghezzi e hanno deciso di cambiare. Benitez è tornato nel suo ruolo e da lì la partita è cambiata. Rocco poi ha fatto i complimenti”.

Quando il Trap allenava la Juve? Era strano, ma normale che facesse il suo lavoro. Gli hanno creduto subito. Al Milan aveva iniziato, lui era lì a metà strada. La società non si è fidata”.

Pallone d’oro? Una volta era più piccolo. A fine anno lo comunicava France Football in un articolo. Era importante, ma non eccezionale come oggi. Un mio amico giornalista che faceva parte della commissione mi ha avvisato. Poi è finita lì. Oggi ci sono di mezzo troppi sponsor. Ai tempi era proibita per società e calciatori. Ora come consegnano il pallone d’oro si pensa a chi vince l’anno successivo”.

Cos’è per me il Milan? La mia vita sono quei colori. Nel mio libro ho messo anche la maglia dell’Alessandria, perché senza quell’esperienza non sarei andato al Milan. I colori portanti sono il rosso e il nero”.

Se soffro ancora per le partite del Milan? In realtà non vorrei più soffrire (Ride)”.

Un aneddotto?  A Madrid noi dovevamo giocare contro l’Ajax. Il Real ci consentì di andare nel loro ritiro anche se lontano dallo stadio. C’era sempre la radio accesa. Quel giorno invece silenzio di tomba. Tutti concentrati. Rocco era dietro l’autista come faceva sempre. Il pullman entra allo stadio, si aprono le porte e ancora silenzio. Rocco si alza e dice: “Ragazzi andiamo. Chi ha paura resti qua. E si è riseduto”. Noi tutti a ridere…”.

Parla Lodetti: “E’ stato un capitano straordinario. Io ho fatto la trafila piano piano. I grandi erano già giocatori d’esperienza. Lui era un ragazzino e non aveva ancora l’esperienza. Ma era già il più grande di tutti”.

Rivera: “Chi è per me un vero capitano nel calcio? Totti. Lui ha fatto tanti sacrifici per vestire la maglia giallorossa. Avrebbe potuto andare via e vincere Champions e pallone d’oro. Non ha mai vinto a grandi livelli, ma lui non lo rimpiange. Anche oggi è così affezionato che gli costa tirarsi via. E’ molto bello. Anche se in quest’epoca certe cose. Nel Milan dopo di me c’erano Baresi e Maldini”.

Perché ho smesso? Intanto l’infortunio di quell’anno mi era pesato. Sono stato fermo parecchio tempo senza sapere perché avevo male al polpaccio e perché è andato via. Quando Liedholm decise di andare alla Roma abbiamo chiamato Giacomini. Era giovane. Ha capito che potevo creargli problemi. Ho smesso per interesse del Milan, perché il Milan non poteva trovarsi in questa situazione. Lui ha fatto capire che era preoccupato. Ho scelto di garantire società e squadra. Tanto ho pensato, se non è oggi è domani”.

Se potessi essere ancora il capitano? Se potessi giocherei ancora. Nessuno di noi vorrebbe smettere. E’ la passione che ci ha messo in prima fila. A quei tempi prendevamo pochi soldi e giocavamo per passione. Noi giocavamo e poi ci litigavamo i premi partita. Capitano dei giovani? Ai miei tempi io avevo 36 anni e Baresi 18. Era titolare e libero. Ancora più difficile che essere portiere”.

Come si costruisce una grande squadra? Si costruisce nello spogliatoio. Lì si costruisce una squadra vincente. Si diventa amici e ci si sacrifica nell’interesse di tutta la squadra”.

Se fossi stato capitano ai tempi del gol di Muntari? Avrei preso una grande squalifica. Più di quando ho fatto quell’intervento. Tanto ormai ero già allenato”.

Cosa vedo del calcio di oggi? Di uguale ci sono solo gli 11 in campo e la palla. Non sono d’accordo con tutte queste tattiche. Sono cose che sono venute fuori per abitudine. Mi ricordo ancora di Rocco. Lui diceva: “Noi marchiamo loro e i nostri devono cercare di non farsi mancare. Noi giochiamo così: Cudicini in porta e gli altri fuori”.

Se il Milan tornerà grande? Deve. Non so cosa succederà. Speriamo che la situazione si risolva strada facendo. Vedremo chi dirà l’ultima parola”. Intanto l’ex Milan denuncia lo scandalo…

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