Domenico Berardi
Intervistato dai microfoni di Sportweek, l’esterno del Sassuolo e obiettivo di mercato del Milan Domenico Berardi ha parlato della sua carriera, dagli inizi ai momenti bui, passando per il sogno Champions League.
Sassuolo è la tua comfort zone, la tua dimensione ideale, oppure hai voglia di ampliare i tuoi orizzonti?
“E’ da un bel po’ di tempo che ambisco a giocare la Champions. Ma le cose si fanno in tre: chi vende, chi compra, e il giocatore. Mi sono accorto che è un po’ difficile mettere d’accordo tutti”.
La tempesta più pericolosa che hai mai affrontato
“Io mi son portato dietro un’etichetta che non meritavo. Sì, ero un po’ istintivo, prendevo qualche cartellino di troppo, ma ero un ragazzo… Prendevo un calcio, non contavo neanche fino a tre, e reagivo. L’ho pagata per i primi 4-5 anni da professionista”.
E la più estrema?
“L’anno dell’Europa League, competizione che ho saltato per infortunio dopo aver deciso i preliminari segnando all’andata e al ritorno contro la Stella Rossa. Dopo l’infortunio ho passato i primi tre giorni a chiedermi: perché a me? Poi sono tornato lucido e mi sono detto che non dovevo mollare e ripartire”.
Com’è stare da soli in uno stadio?
“Io mi sono abituato agli stadi da 80mila persone: al fischio d’inizio mi isolo e penso solo al lavoro da fare. La prima vittoria del Sassuolo a San Siro è arrivata con un mio rigore al 90′: tutto lo stadio fischiava, di fronte avevo Handanovic. Sono rimasto freddo, ho pensato solo a dove potesse buttarsi il portiere, se a destra o a sinistra. Alla fine ho tirato centrale e mi è andata bene: la palla gli è passata sotto il braccio. Un altro rigore è quello di Wembley nella finale contro l’Inghilterra: anche lì avevo quasi tutti contro…”.
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