Demetrio Albertini, ex centrocampista del Milan.
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MILANO – Demetrio Albertini è stato intervistato dal Corriere Dello Sport. In questa lunga intervista tocca vari punti del suo passato rossonero, ovviamente partendo dall’inizio: “Io in oratorio ero uno dei più bravi: una volta non c’erano gli osservatori e i procuratori, c’erano gli amici degli amici degli amici dell’amico del massaggiatore del Como, del Monza o dell’Inter. “Vieni giù che sei bravo, ti porto a fare un provino”. Mio papà diceva sempre di no, ma in tutte le squadre della Brianza, dove nasco, c’era sempre qualcuno che voleva portarmi all’Inter, o al Milan. Invece mio papà diceva sempre no, diceva che dovevo studiare. Poi non poteva portarmi perché lavorava e lavorava tanto. Invece un giorno, quando avevo dieci anni, sono tornato da scuola e mi ha detto “Metti la tuta e andiamo a fare il provino al Seregno”. Il giorno dopo ho giocato con quelli più grandi. Poi mi vedono gli osservatori del Milan e io, a undici anni, sono rossonero”. Devo tutto ai miei genitori, a partire dall’educazione. Con grandi sacrifici mi hanno dato l’opportunità di seguire le mie passioni e realizzare i miei sogni. Per ben due volte hanno portato la borsa indietro al Milan, perché non studiavo. I miei dicevano “Vi restituiamo la borsa” e quelli della società allora si rivolgevano a me: “No, devi rimanere qui. Ma devi studiare, altrimenti i tuoi genitori non ti lasciano”. Grandi sacrifici, però il dovere era la scuola e il piacere era il calcio. Ma quando diventò un lavoro applicarono al mio mestiere il loro sistema di valori. Ricordo che la domenica sera, dopo le partite, magari uscivo a bere qualcosa con i miei amici, tornavo all’una di notte e mia mamma diceva “Adesso chiamo il Milan perché non si può fare il professionista come lo fai tu”. Io cercavo di rispondere “Mamma, ma il lunedì è il mio giorno libero”.
Il più forte con cui ho giocato? – “Van Basten, il più forte in assoluto. Aveva, insieme, eleganza e forza. Poi lui ha smesso a ventotto anni, veramente giovane. Gli allenatori sono stati tutti importanti. Devo dire la verità. Sacchi mi ha fatto esordire e insegnato a fare il professionista, Capello mi ha dato l’opportunità di fare il titolare. Però ricordo mio papà, quando andavo all’oratorio si piazzava lì e calciavamo, gareggiavamo a chi la tirava più lontano. Il mio primo allenatore è stato mio padre, perché mi portava a giocare. Era così, una volta”.
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