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Morte Seid Visin, il padre: “Il razzismo ha contato nella morte di mio figio”

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In una lunga intervista concessa al Corriere della Sera è tornato a parlare Walter Visin, padre di Seid. È passato poco più di un mese dal terribile suicidio dell’ex primavera del Milan, avvenuto il 3 giugno a Nocera Inferiore. Di seguito le dichiarazioni del papà, che anche a nome della moglie ha parlato delle discriminazioni che ha sempre subito il figlio.

“Il razzismo ha influito”

In quei giorni eravamo scioccati, confusi. Mia moglie lo ha trovato in quelle condizioni… una cosa devastante. Abbiamo alzato dei muri per difenderci dal dolore e per respingere un assalto mediatico che non ci aspettavamo. Non era tempo per ragionare su quello che ci era caduto addosso. Ora invece lo sappiamo: sì, il razzismo ha contato nella vita e nella morte di nostro figlio. Seid era un ragazzo che aveva dei cassetti segreti chiusi nella sua mente, c’erano dentro dispiaceri e abusi subiti in Etiopia da piccolo, contenevano tutte le sue fragilità. Questo ha certamente contato nella sua decisione di togliersi la vita. Ma in quella decisione c’è anche il razzismo che ha vissuto come ragazzo nero qui in Italia.

Erano frasi dette per scherzo, ne sono sicuro, da persone che gli volevano anche bene. Io gli dicevo sempre di non badarci, che erano solo battute, che doveva farsele scivolare addosso come l’olio… Ora so che ogni parola può aprire una ferita. Che erano ferite anche le parole di qualche nostro parente disoccupato che diceva ‘vengono qui e ci rubano il lavoro’. Anch’io ho sbagliato a sdrammatizzare. Quand’era a Milano qualcuno aveva urlato ‘togliete quel nero di m …. dal campo’. A Nocera era più protetto, ci conoscono tutti. Eppure, sono successe piccole cose anche qui, cose che ora vedo in una luce diversa perché le guardo con i suoi occhi. Una volta aveva provato a lavorare in un bar. Era tornato a casa e ha detto: ‘Mamma non voglio più andarci, perché un vecchio non ha voluto essere servito da me’. Quell’uomo era un analfabeta ignorante ma lui l’aveva vissuta male lo stesso. E poi quando mia moglie lo accompagnava in stazione a volte vedeva da lontano che la Polfer si avvicinava subito per controlli. Lei lo chiamava: ‘Seid, amore, allora vengo a prenderti io al ritorno’. E i poliziotti capivano e si allontanavano.

Siamo arrivati alla conclusione che Seid ci nascondeva la sua sofferenza per il razzismo, per proteggerci. Ecco. Dirò anche questo nella cerimonia prevista a settembre per dedicare a lui il campetto di calcio in cui giocava

Redazione Il Milanista

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