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Brio: “Milan piccolo con le piccole? Colpa dei giocatori”. E su Ibrahimovic…

A 65 anni compiuti l’ex calciatore della Juventus Sergio Brio si è diplomato come mental coach e ora collabora con la “Coach2Coach” di Patrick vom Bruck. L’ex difensore classe ’56 ha rilasciando un’intervista a La Gazzetta dello Sport. Ecco le sue parole alla rosea

Brio, il fenomeno rossonero in effetti andrebbe indagato maggiormente: forte con le forti, decisamente meno forte con le quelle di fascia più bassa. Cosa scatta nella testa di un giocatore quando si perdono punti “illogici” dopo una grande vittoria? – “Un po’ di rilassamento. Snobbi l’avversario perché il nome di quell’avversario ti induce all’errore. Ovviamente parlo da osservatore esterno, ma direi che da un lato al Milan è mancata la consapevolezza di essere primo in classifica. Ovvero scendere in campo con l’obiettivo di dettare legge sotto l’aspetto mentale. L’altro aspetto è la capacità di porsi allo stesso tempo alla pari dell’avversario anche se chi sta davanti si chiama Salernitana. Quello è il salto finale per diventare una grande squadra. E ve lo dice uno che sarebbe felice se Pioli diventasse campione d’Italia perché se lo merita ed è un allenatore che usa bene la psicologia. Si vede da come tratta i suoi ragazzi, che lo stimano e seguono. Pioli è umanamente è un fuoriclasse”.

Senza dubbio c’è tantissimo di Pioli in questo Milan che comanda il campionato, ma se si smarriscono punti “stupidi” per strada, in parte dipende anche dall’allenatore, o no? – No, perché ogni allenatore che si rispetti sa dare gli stimoli giusti alla squadra. La molla deve scattare nei calciatori. Il problema delle squadre di fascia alta che perdono colpi quando non dovrebbero, va ricercato più colpa nei giocatori che nel tecnico”.

Qual è l’episodio più eclatante in cui incappò lei quando giocava? – Nell’84 fummo eliminati agli ottavi di Coppa Italia dal Bari di Bolchi, che giocava in C1. Era la Juve di Platini, Boniek, Gentile, Cabrini, Scirea e Paolo Rossi. Eppure successe. Perché? Come dicevamo: mancanza di concentrazione, presunzione di non mettersi alla pari dell’avversario a prescindere dalle cifre tecniche. Contro una big gli avversari raddoppiano le forze. E poi, dopo cose del genere, rischi di perdere autostima e la partita dopo diventa problematica”.

Si tratta di dinamiche più di gruppo o di singoli? – Più che altro riguarda la mentalità dei singoli, specie di quelli più tecnici, che tendono a fidarsi troppo dei propri mezzi”.

In una settimana come questa in cui il Milan arriva dall’impresa di Napoli e affronterà l’ Empoli, come può mettere mano un tecnico a livello di gestione mentale? – La parola d’ordine dev’essere ‘dimentichiamo Napoli’, poi ricordare che l’Inter ha una partita in meno e che per adesso non si è ancora conquistato nulla. Nel più classico del giocarsela partita dopo partita. Un allenatore comunque si accorge subito se la squadra non gira come deve: basta osservare la partitella a fine allenamento”.

Quanto conta in percentuale il lavoro mentale di un tecnico rispetto alla parte fisica, tecnica e tattica? – Molto, dal 60 al 70 per cento. E deve essere presente anche la società: se un giocatore sbaglia approccio, va sostenuto anche dalla dirigenza”.

Avere uno come Ibra in squadra aiuta. – Fisicamente corre poco e parla troppo per i miei gusti, ma mentalmente è un numero uno: dà sicurezze e una grande mano ai compagni. Ce lo vedrei molto bene nelle vesti di mental coach”.

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Redazione Il Milanista

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