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di Luca Villari
Un pezzo di stoffa che con quella C impressa conferisce ad un leader il rispetto degli avversari ed obbliga ad elargirne. Da sempre è questa la virtù che investe chi indossa la fascia da capitano.
Da qualche settimana, con le nuove disposizioni della Lega, questa sorta di sacro ornamento altro non è che una banda elastica richiudibile con del velcro. Obbligatoria e non opzionale: la fascia unica per i capitani di Serie A non è una scelta, bensì un’imposizione. Lo ha ribadito la stessa Lega, dopo che De Rossi, Pezzella ed il Papu Gomez avevano deciso di disobbedire. Una norma in vigore da un po’ e di recente una questione a cuore dei vertici calcistici.
Giustizia o mulini a vento? Una sottile patina di perbenismo che distrugge il calcio. Forse è questa la definizione più appropriata per questa guerra. Perché l’unico modo rimasto ai calciatori per veicolare messaggi, appelli o attimi di romanticismo, sta per essere spazzato via. Va bene preservare l’uguaglianza e la pace abolendo la maglia della salute con scritte, sfottò o immagini politico-religiose. Va bene dire basta alle sigarette in panchina o agli spogliarelli post gol che causano ritardo nella ripresa del gioco. Va benissimo evitare di prendere a calci bandierine, microfoni pelosi a bordocampo, andare a salutare le nonne sugli spalti o lanciare motorini in tribuna (divagazione volutamente sensazionalistica e qualunquista). Ma che pericolo potrà mai rappresentare una fascia da capitano personalizzata? Non solo vuoti tecnici ed istituzionali, sono anche questi i gesti che ammazzano la bellezza del calcio. Lo fanno anche in Inghilterra si dirà. Purtroppo però, quando si tratta di omologazione, scegliamo sempre il superfluo.
Amato passato Che belli erano i tempi in cui i calciatori, nella loro beneamata spontaneità, si abbandonavano a riti e gesti divenuti simboli di epoche. Dalla catena d’oro che Sebastiano Rossi, e tanti altri portieri, indossavano con orgoglio nelle loro domeniche tra i pali, al calzoncino arrotolato a metà da Dario Hubner. Dalla improponibile fascetta o il cerchietto per capelli agli orecchini nascosti con lo scotch, sino alla tuta lunga con i calzettoni usata da Alessio Scarpi. Sino ad arrivare al “Te amo Irina” gridato da Batistuta a favore di telecamera. Nessuno chiede di giocare con le maniche arrotolate alla Mark Lenders, con camicia e maglioncino alla Price (o forse qualcuno si) o con lo stuzzicadenti come uno dei difensori di Holly e Benji. Basterebbe permettere ai calciatori di esser ancora uomini.
E poi lo chiamano politically correct.
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