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di ANTONELLO GIOIA
MILANO – Era il 23 maggio 2007. Ero lì, seduto su un comodino. La stanza di mio nonno a far da cornice, il silenzio fuori. Quel comodino era piuttosto scomodo, ma faceva nulla. Per me, era il posto del Milan: era seduto lì che seguivo ogni partita dei rossoneri, non tanto per scaramanzia – ne ignoravo il significato -, ma solo perché mi piaceva. E perché vincevamo. E, pure questo, mi piaceva. Un sacco.
Quella notte non la scorderò mai. Sembra banale dirlo, ma ho mille motivi per dimostrarvene la non ovvietà. Quella notte tutti noi ricevemmo un regalo. Ecco, i regali inaspettati sono sempre i migliori. Quella coppa delle grandi orecchie non aveva i nostri nomi sopra. Non era, formalmente, indirizzata a noi, come accade, invece, per ogni comune regalo. Su quella coppa dalle grandi orecchie vi era inciso A.C. MILAN. E ci eravamo tutti noi. Tutti i nostri cuori, tutte le nostre esultanze, tutto il nostro amore intensamente colorato di rossonero. C’ero anch’io. Seduto su quel comodino. Memore, anzi spaventato, da ciò che era successo due anni prima. Quella assurda e orrenda rimonta del Liverpool da 3 a 0 a 3-3, poi conclusasi con Gerrard e compagni in trionfo. Avevo paura.
Quel comodino, comunque, mi infondeva sicurezza. Sentivo che, stavolta, nessuno poteva portarmela via. Il Milan, stavolta, non avrebbe fallito. Anche se le folate di Pennant mi gelavano il sangue. Solo che il mio Milan, quella sera, aveva un postino del tutto speciale. Uno di quelli che bussano a casa tua e aspettano sulla linea dell’uscio che tu li accolga. Quel postino, quella sera, aveva deciso di consegnarci qualcosa di unico. Qualcosa che, altri, ancora oggi, possono solo sognare. Inutile che vi spieghi tutto, quella linea dell’uscio di porta sapeva di linea del fuorigioco, tracciata ad hoc per un piacentino dal numero 9, uno che non era il calcio, ma che lo ha semplicemente scritto. Pippo Inzaghi. Doppietta. Sul filo dell’uscio, o del fuorigioco. Fate vobis.
Dietro di lui, c’erano altri ad inventare calcio. Da quel bimbo prodigio di Kakà, ragazzetto magico, dalla classe immensa, dalla faccia pulita, dalla magia nelle gambe; a Pirlo, a Seedorf, a Nesta. Li sappiamo a memoria. Anzi, i nostri occhi e la nostra mente si emozionano al solo nominarli. Eravamo i migliori, perché avevamo i migliori.
Vincemmo, 2 a 1. Trionfammo, per la settima volta. Piangemmo di gioia, come se fosse la prima.
Io avevo abbandonato il comodino. Dovevo scartare quel regalo. C’era scritto A.C. MILAN, ma era tutto mio. Compivo 10 anni. E, anche io, quella notte, sentivo di aver scritto la storia. 23 maggio 2007.
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