ESCLUSIVA – Lodetti: “Quante emozioni con la maglia rossonera, la mia seconda pelle. Giocare nel Milan è stato un sogno”

ESCLUSIVA – Lodetti: “Quante emozioni con la maglia rossonera, la mia seconda pelle. Giocare nel Milan è stato un sogno”

I microfoni de “ilmilanista.it” hanno intervistato una delle più grandi bandiere del Milan

di Redazione Il Milanista

Di Simone De Bari

MILANO – I microfoni della nostra redazione hanno contattato, in esclusiva, Giovanni Lodetti, uno dei giocatori più importanti della storia del Milan.

Due Campionati, una Coppa Italia, due Coppe dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Coppa Intercontinentale: Lodetti ha vinto praticamente tutto con la maglia rossonera dal 1960 al 1970.

Che ne pensa di questo periodo di difficoltà che sta attraversando il Milan?

“La squadra era partita bene, non ci si aspettava un calo clamoroso come quello delle ultime settimane. Sono quattro partite di fila che non facciamo gol, vedo molto nervosismo tra i giocatori, soprattutto in Higuain. Dopo il rigore sbagliato con la Juve, l’argentino non è stato più lui. Rimane un grandissimo giocatore ma ora sta facendo molta fatica. Tuttavia, è l’intera squadra che non sta funzionando ed è al di sotto delle aspettative”.

Quando non c’è Suso i rossoneri fanno ancor più fatica: crede che la squadra dipenda troppo dallo spagnolo?

“Tutte le squadre hanno un giocatore che può determinare le partite più degli altri. Se non c’è Suso, però, il Milan non fa gol e questo non va bene. Le prestazioni non possono essere condizionate da un solo calciatore. Guai se fosse così. Forse ci sono anche degli errori nelle scelte dei giocatori, ad esempio non abbiamo un centrocampista che dia qualità al gioco e possa mettere gli attaccanti nelle condizioni ideali per segnare. Mi piacerebbe sapere come mai sia sparito completamente dal giro Montolivo. Queste situazioni andrebbero chiarite”.

Alla luce di questo momento delicato, quanto è importante la partita di domani?

“Per il Milan tutte le partite sono importanti; quella con la SPAL lo sarà in modo particolare perché ora la squadra è sotto pressione e poco tranquilla. Sappiamo che ormai tutto è vincolato ai risultati e ne va di mezzo sempre l’allenatore. Siccome non si possono mandare via 23 o 24 giocatori, paga sempre il tecnico, ma in campo ci vanno i calciatori. Bisogna che tutti gli elementi della rosa facciano gruppo per uscire da questa situazione. Rino ha ottenuto buoni risultati fino a poco tempo fa, ora non può essere cambiato all’improvviso. E’ ingiusto prendersela solo con lui, le colpe vanno divise. Inoltre mi piacerebbe sapere se lui fosse d’accordo con gli acquisti fatti in estate. Forse bisognava costruire una squadra un po’ diversa”.

Lei ha indossato i colori rossoneri per dieci anni: cosa rappresenta il Milan per la sua vita?

“Io sono un milanista dalla nascita. A 14 anni sono andato al Milan, ho fatto tutta la trafila delle giovanili fino ad arrivare in prima squadra. Questo club è nel mio cuore, la maglia rossonera è la mia seconda pelle. Per me, da ragazzo proveniente da un paesino piccolissimo, giocare nel Milan era come toccare il cielo con un dito. A maggior ragione sono dispiaciuto per come stiano andando adesso le cose. Personalmente ho avuto la fortuna di giocare negli anni ’60: quello è stato il periodo migliore del calcio italiano. Ho vinto tanto e ne sono felicissimo, la mia carriera mi ha soddisfatto sotto tutti gli aspetti”.

Che tipo di calcio era?

“Completamente diverso rispetto a quello attuale, anche nel modo di intenderlo. Io e quelli della mia generazione ci siamo divertiti veramente. Era un piacere andare al campo ad allenarsi, non c’erano gelosie tra compagni. Si stava bene insieme. Oggi non credo che nel calcio si vivano le stesse emozioni. Recentemente la Panini ha organizzato un bellissimo evento, per celebrare e ‘rivivere’ il campionato del ’67/’68 in occasione del cinquantesimo anniversario. Ho avuto modo di incontrare alcuni ex compagni che non vedevo da tantissimo tempo ed è stato meraviglioso”.

Qual è stato il giorno più bello della sua carriera?

“Ci sono stati molti momenti bellissimi, come l’esordio in prima squadra e i tanti trofei vinti. L’emozione più forte, però, l’ho provata quando ho fatto il provino per entrare nel Settore Giovanile. Quel giorno non lo dimenticherò mai: fu una sensazione davvero meravigliosa. Tuttavia, ci sono tanti episodi che potrei raccontare”.

Ad esempio?

“Il giorno in cui ricevetti il mio primo premio economico. Vincemmo l’ultima partita di campionato a Ferrara 3-0, laureandoci Campioni d’Italia (nel 1962 ndr). Cesare Maldini mi diede circa 160 mila lire. All’epoca erano tanti soldi, fu un’emozione straordinaria. Pensate che mio fratello, che lavorava a Milano, ne guadagnava 50 mila nell’arco di un mese. Quando tornai a casa, in autobus, mi sedetti dietro a tutti per paura che me li rubassero. Una volta rientrato, la gioia più grande fu quella di dare il denaro ai miei genitori, perché nella mia famiglia quello che si guadagnava si consegnava a mamma e papà. Lo facevamo sia io che i miei fratelli. In quell’occasione mi sono tolto la soddisfazione di rendere felice la mia famiglia: quel giorno mio padre mise nel suo portafogli, che era grande ma spesso vuoto, un bel po’ di soldi. Queste sono emozioni che non si dimenticano più nel corso della vita”.

Con la maglia rossonera ha anche segnato due gol in un derby, non capita a tanti giocatori…

“Quella era una grande Inter e batterla non era per niente facile. In mezzo alla settimana i nerazzurri giocarono in Coppa dei Campioni contro la Dinamo Bucarest ed io, Trapattoni e Pelagalli andammo a vedere la partita allo stadio. L’Inter vinse 6-0. Dissi ai miei compagni che la domenica non mi sarei presentato, convinto che saremmo stati surclassati; mi risposero che esageravo ed ero troppo pessimista. Ebbero ragione: quella domenica di metà novembre fu fantastica, vincemmo 3-0 e realizzai due gol. Una giornata indimenticabile. Pensate che siccome usavo poco il piede sinistro, nelle settimane precedenti alla sfida Liedholm mi fece allenare moltissimo per imparare a tirare col mancino e, in quel derby, il secondo gol lo segnai proprio di sinistro. A fine partita il mister mi disse: ‘Hai visto Giovanni, ora anche il tuo sinistro è buono!'”.

E’ vero che il Presidente Carraro le diede una macchina?

“Sì: prima di una sfida di Coppa dei Campioni, contro il Manchester United, il Presidente Carraro venne al Centro Sportivo convinto che avessimo pochissime possibilità di passare il turno. Io non avevo un’automobile, allora gli dissi: ‘Presidente, facciamo una scommessa: se superiamo il turno lei mi regala la sua macchina’. Lui accettò subito perché era sicuro che non saremmo riusciti ad avere la meglio contro quel Manchester. All’andata vincemmo 2-0 a San Siro, nonostante si fosse fatto male Rivera, e al ritorno perdemmo 1-0, superando così il turno. Quando tornammo a Milano ricordai al Presidente la scommessa che avevo vinto con lui: mantenne la parola e mi diede la macchina”.

Questione stadio: alcuni sostengono che debba essere ristrutturato San Siro, altri vorrebbero che i rossoneri avessero una nuova casa, tutta loro. Lei da che parte sta?

“Sono convinto che il Milan debba rimanere a San Siro: questo stadio è la storia del club rossonero”.

Ma intanto, Leonardo scippa paratici. Colpo da urlo: CONTINUA A LEGGERE

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